Editoriale Natural 1 – ottobre 2014

Le statistiche parlano chiaro e sono impietose: nel 2012 quasi 70.000 italiani hanno trasferito la propria residenza all’estero, il 25% in più dell’anno precedente e il trend non accenna a diminuire. Poi ci sono coloro i quali non hanno ancora provveduto a cancellarsi dai registri pubblici, un numero difficile da stimare, e quindi il dato ISTAT è da prendere con “le pinze”.
Da anni sapevamo che i nostri “cervelli” trovavano soddisfazione professionale ed economica in altri lidi supportati da maggiori risorse, più votati alla meritocrazia e con una classe dirigente preparata ad affrontare i grandi cambiamenti sociali ed economici.
Tuttavia una nuova platea di emigranti, in gran parte giovani tra i 20 e i 30 anni, un vero popolo di senza nome, come nei lontani anni ‘50 e ‘60, si appresta quotidianamente a imbarcarsi non più su sgangherate navi della speranza, ma su moderni jet low cost per raggiungere le mete preferite, o meglio, aree che offrano loro speranza di mettersi in gioco, dimostrare il proprio valore, costruirsi un futuro: Germania, Regno Unito, Stati Uniti, Canada, Australia.
Al di là dei cosiddetti “choosy” esistono quindi anche giovani che non se ne stanno con le mani in mano ad aspettare la provvidenza ma vogliono essere protagonisti della vita, vivere di stimoli e perché no, dire con orgoglio di essere italiani, quelli veri, quelli che hanno voglia di lavorare.

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