Editoriale Natural 1 - giugno 2018

Tutto comincia da un piccolo seme. Dopo essere stato piantato nel terreno germina e produce una pianta che si sviluppa e cresce, superando abbondantemente i due metri di altezza. Tutto comincia da un seme, che deve avere una certificazione: per legge la pianta a cui darà origine non potrà avere un contenuto di tetraidrocannabinolo, meglio conosciuto come THC, superiore allo 0,2%. Le variabili in agricoltura sono innumerevoli, così se questa sostanza psicoattiva dovesse superare questo limite, mantenendosi però entro lo 0,6%, nessuna colpa sarà imputata al coltivatore.
È quello che dice la legge 2 dicembre 2016 n. 242 sulla promozione della filiera agroindustriale della canapa, che ne permette la coltivazione senza la necessità di una specifica autorizzazione, ma solo a partire da queste sementi certificate che devono essere rinnovate all’avvio di un nuovo impianto colturale.


Entrata in vigore nel gennaio 2017 con l’obiettivo di sostenere e promuovere questa storica coltura, la legge ha fatto aumentare esponenzialmente le superfici coltivate a canapa e ha “rivoluzionato” il mercato. O meglio lo ha creato, contribuendo all’apertura di numerosi negozi fisici e on-line dedicati alla vendita dei più svariati prodotti a base di canapa, dai cosmetici agli alimenti ai capi di abbigliamento. E anche le infiorescenze, vendute con la dicitura “per ricerca e sviluppo o uso tecnico”, il cui utilizzo è scontato che diventerà un po’ più “ricreativo”, pur non avendo gli effetti dovuti al THC.
Fino agli anni ’30 del secolo scorso l’Italia era il secondo produttore mondiale di canapa industriale dopo l’Unione Sovietica. Una pianta da cui è possibile ottenere, come indica la legge, fibra, oli e carburanti, materiali destinati ai lavori di bioingegneria o prodotti utili per la bioedilizia. È utile in agricoltura come pianta da sovescio per migliorare il suolo o per ottenere materiale finalizzato alla fitodepurazione per la bonifica di siti inquinati. Nel 1937 Henry Ford progettò addirittura un prototipo di automobile realizzato con materiali plastici derivati dalla canapa e alimentato con biocombustibile raffinato dai suoi semi. Le potenzialità della canapa sono davvero innumerevoli e la sua coltivazione è stata appunto incentivata in questo ultimo anno e mezzo, anche in funzione delle prospettive economiche che può offrire agli agricoltori.
La coltivazione della canapa a scopo terapeutico, quella con elevato tenore di THC, resta ancora prerogativa esclusiva dello Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare di Firenze, che non riesce comunque a coprire i fabbisogni italiani, con il conseguente ricorso all’importazione dall’estero.
Colture considerate marginali che possono diventare invece, con un giusto supporto, una risorsa importante per il settore agricolo italiano. Come le piante officinali, per la maggior parte importate anch’esse da altri paesi.
Al momento di andare in stampa è giunta la notizia che il Governo ha approvato il decreto legislativo in materia di coltivazione, raccolta e prima trasformazione delle piante officinali, che nelle parole dei legislatori è stato formulato per favorire l’intera filiera delle officinali. Ma che ha fatto tanto discutere e allarmare in questi ultimi mesi per le conseguenze che avrebbe avuto sulla figura dell’erborista, dato che un articolo prevedeva l’abrogazione della legge 99/1931.
Il testo definitivo del provvedimento ancora non è noto, ma il MIPAAF, e anche le associazioni di categoria, affermano che la figura professionale dell’erborista (laureato e non) è stata “salvaguardata” per quanto riguarda le sue competenze peculiari; si attende la conferma con la pubblicazione del decreto sulla Gazzetta Ufficiale.
Un seme è stato piantato, in un terreno vocato e fertile. Può germinare e far sviluppare una pianta sana e robusta, con le cure e le attenzioni di chi vorrà contribuire a farla crescere.

Marco Angarano

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