Editoriale - gennaio-febbraio 2019

Guardo dalla finestra il selciato bagnato del cortile. Poche gocce di pioggia che sono un avvenimento oramai, in una Milano in cui tra dicembre e gennaio la temperatura ogni giorno ha superato abbondantemente i 10 gradi centigradi, mentre al Sud scende sotto zero e continua a piovere e nevicare. Segnali di un cambiamento climatico sui quali forse conviene riflettere? Sicuramente Greta Thunberg lo ha fatto, osservando quanto sta accadendo nel mondo dal punto di vista meteorologico e ha deciso di non subire passivamente tutto questo.

Greta è una sedicenne svedese che dallo scorso mese di agosto ha scelto di portare avanti la sua battaglia contro il cambiamento climatico, sensibilizzando ed esortando i politici svedesi, e non solo loro, a mettere in atto con urgenza delle decisioni per contrastarlo. Così ogni venerdì Greta non frequenta più le lezioni e si va a sedere di fronte al Parlamento di Stoccolma con il suo bel cartello di protesta che recita “Sciopero della scuola per il clima”. La sua iniziativa ha preso corpo anche sui social network e Greta ha coniato l’hashtag #fridayforfuture, lanciando così la protesta su scala globale. In diversi Paesi, dove è maggiore la sensibilità verso i cambiamenti climatici, si è sviluppato l’attivismo degli studenti. Queste proteste non hanno suscitato il clamore mediatico di quelle dei più famosi “gilet gialli” francesi, legate a motivi di stretta natura economica e poco ecologisti. Greta invece chiede un cambiamento che possa offrire un futuro diverso alle nuove generazioni. Dal palco dell’ultima conferenza sul clima Cop24, che si è svolta a metà dicembre in Polonia (dove è arrivata con i suoi genitori dalla Svezia viaggiando in auto elettrica, dato che coerentemente ha rinunciato ai viaggi aerei), Greta si è rivolta ai leader mondiali presenti con queste parole: “Voi parlate di verde solo in relazione alla crescita economica perché avete paura di essere impopolari. Portate avanti gli stessi concetti sbagliati, quelli stessi che ci hanno messo in questo casino, anche quando l’unica cosa sensata da fare è quella di tirare il freno di emergenza [...] A me non interessa essere acclamata dal popolo, mi interessano la giustizia climatica e il nostro pianeta. La nostra intera civiltà è sacrificata per il privilegio di un numero molto piccolo di persone, che continuano ad aumentare la loro enorme ricchezza. La nostra biosfera viene sacrificata, in modo che i ricchi che vivono in paesi come il mio possano vivere nel lusso. Sono le sofferenze di molti che pagano per il lusso dei pochi [...] Non possiamo risolvere una crisi senza trattarla come tale [...] E se le soluzioni all’interno di questo sistema sono così impossibili da trovare, allora forse dovremmo cambiare il sistema stesso. Non siamo venuti qui per pregare i nostri leader di prendersi cura di noi, voi ci avete ignorato in passato e ci ignorerete di nuovo in futuro. Avete finito le scuse e sta finendo il tempo disponibile. Siamo venuti qui per farvi sapere che il cambiamento sta arrivando, che vi piaccia o no”.
Mentre la rivista va in stampa si sta svolgendo il Forum economico mondiale di Davos, in Svizzera. Greta è lì, a parlare ancora al Mondo e a chi lo governa.

Marco Angarano

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