Editoriale - giugno 2019

All’inizio di maggio si è svolta a Parigi la 7a sessione plenaria della piattaforma intergovernativa di scienza e politica sulla biodiversità e i servizi ecosistemici (IPBES - www.ipbes.net), un organismo indipendente a cui aderiscono oltre 130 governi nazionali. L’avvertimento lanciato nel documento approvato alla fine dei lavori è che la natura è in declino a livello mondiale, con ritmi senza precedenti nella storia umana, e il tasso di estinzione delle specie sta accelerando, con probabili conseguenze sulle persone in tutto il mondo.
Il Rapporto IPBES è stato compilato negli ultimi tre anni da 145 esperti provenienti da 50 paesi, con il contributo di altri 310 autori. Attraverso censimenti e analisi di dati gli esperti hanno valutato i cambiamenti della biodiversità avvenuti nell’arco di cinquant’anni, fornendo un quadro completo della relazione tra i percorsi dello sviluppo economico e il loro impatto sulla natura, offrendo anche una gamma di possibili scenari per i prossimi decenni.


È un quadro poco roseo quello che emerge dalle parole di Robert Watson, presidente dell’IPBES: “La salute degli ecosistemi da cui dipendiamo noi e tutte le altre specie si sta deteriorando più rapidamente che mai. Stiamo erodendo le basi stesse delle nostre economie, i mezzi di sussistenza, la sicurezza alimentare, la salute e la qualità della vita in tutto il mondo”. Fondamentalmente siamo noi umani con i nostri comportamenti la causa della perdita della biodiversità.
Il Rapporto rileva che circa 1 milione di specie animali e vegetali sono ora minacciate di estinzione, molte delle quali entro qualche decennio. L’abbondanza media di specie autoctone nella maggior parte degli habitat terrestri è diminuita di almeno il 20%, soprattutto a partire dal 1900. Gli autori, sulla base di un’analisi approfondita delle prove disponibili, hanno anche definito i cinque fattori trainanti diretti del cambiamento in natura, che finora hanno avuto i maggiori impatti globali relativi. In ordine decrescente sono: cambiamenti nell’uso della terra e del mare; sfruttamento diretto degli organismi; cambiamenti climatici; inquinamento; specie estranee invasive.
Dal 1980 le emissioni di gas serra sono raddoppiate, facendo salire le temperature medie di almeno 0,7 °C, causando cambiamenti climatici che hanno già influenzato la natura dal livello degli ecosistemi a quello della genetica, un impatto che dovrebbe aumentare nei prossimi decenni e, in alcuni casi, sorpassare quello del cambio di uso della terra e del mare e di altri fattori.
Per fare la differenza bisogna iniziare immediatamente un “cambiamento trasformativo” a livello locale e globale, ha affermato Watson, affinché la natura possa essere ancora conservata, ripristinata e utilizzata in modo sostenibile. Un cambiamento “basato su una riorganizzazione a livello di sistema tra fattori tecnologici, economici e sociali, includendo paradigmi, obiettivi e valori”.
Al lavoro.
Marco Angarano

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