Editoriale - settembre 2019

L’estate sta finendo e, se ancora ci fosse bisogno di conferme, temperature ben al di sopra delle medie stagionali, incendi siberiani e non, liquefazioni di iceberg e ghiacciai, trombe d’aria e bombe d’acqua varie sono i segnali di come il clima sia decisamente cambiato negli ultimi anni. Fatti evidenti e concreti, non fantasie di scienziati visionari o di ragazze e ragazzi che si impegnano per il futuro del nostro pianeta.
Gli impatti dei cambiamenti climatici sui suoli e il rischio di desertificazione, la gestione sostenibile del territorio e i flussi di gas serra attraverso gli ecosistemi terrestri, la sicurezza alimentare, sono i temi al centro del nuovo rapporto speciale “Climate Change and Land”, presentato in agosto dal Panel Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici (IPCC). Niente di nuovo rispetto agli scenari delineati nel 1990 durante la prima sessione dell’IPCC. Nel nuovo rapporto si evidenzia che i cambiamenti climatici, sempre più estremi, influiscono in maniera crescente sulla produzione agricola: stress termici per le colture, erosione del suolo e diffusione di parassiti sono infatti una minaccia per la sicurezza alimentare in tutto il mondo.

L’intera filiera alimentare, dalla produzione al nostro piatto, contribuisce con circa il 25-30% delle emissioni di gas serra generate dall’attività umana, non solo CO2, ma anche metano e protossido di azoto. Nel rapporto viene indicato che per limitare l’innalzamento della temperatura globale è necessario un cambiamento generalizzato delle abitudini alimentari, riducendo sostanzialmente i consumi di carne rossa (che dal 1960 sono raddoppiati) e adottando diete che privilegiano vegetali e frutta. Oltre ai vantaggi per la salute, gli esperti affermano che la modifica del tipo di alimentazione, e di conseguenza dei modelli di produzione agricola e zootecnica, avrebbe un elevato potenziale di riduzione dei gas serra. Come anche la protezione delle foreste. In un recentissimo studio pubblicato sulla rivista Science si ribadisce che la riforestazione è una delle strategie più efficaci per mitigare i cambiamenti climatici: gli alberi potrebbero assorbire due terzi delle emissioni causate finora dall’uomo se a livello globale si puntasse sul rimboschimento di 900 milioni di ettari di terreno. Un aumento pari a circa il 25% della superficie attualmente coperta dalle foreste secondo i calcoli dei ricercatori, che hanno individuato la più grande superficie adatta alla riforestazione in Russia, dove si potrebbero utilizzare 151 milioni di ettari e, a seguire USA (103), Canada (78,4), Australia (58), Brasile (49,7) e Cina (40,2). Tuttavia, affermano gli scienziati, è importante un’azione rapida, perché il riscaldamento climatico renderà alcune aree inadatte al rimboschimento e inoltre bisogna considerare che gli alberi impiegheranno decenni prima di raggiungere la piena capacità di “stoccaggio” di CO2.
In Etiopia il governo ha lanciato la campagna “Green legacy”, tesa a combattere la deforestazione e gli effetti del cambiamento climatico invitando tutti i cittadini a piantare alberi. Il 29 luglio scorso l’iniziativa si è concretizzata con la piantumazione in 12 ore di oltre 353 milioni di alberi (precisamente 353.633.660, come ha scritto su Twitter il Ministro etiope per l’innovazione e la tecnologia), superando abbondantemente i 66 milioni piantati in 12 ore in India nel 2017.
A quando e dove il nuovo record?

Marco Angarano


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