Editoriale - aprile 2020

È il silenzio che mi colpisce affacciandomi al balcone. Non ci sono partite di calcio, che si susseguivano tre o quattro volte alla settimana (abito a portata di clamore dello stadio) e non c’è il fastidioso ronzio dell’elicottero che sorvola la zona per ore, sorvegliando afflusso e deflusso dei tifosi. Quando ora sento quel rumore ritmico nel cielo è quello di un elicottero che vola verso il vicino ospedale.
Il silenzio è rotto dal passaggio saltuario di qualche auto o moto, non che normalmente ci sia un gran traffico nelle vie adiacenti alla mia casa, o più spesso dal suono della sirena di un’ambulanza, direzione la stessa degli elicotteri. Qualche vociare di bambini che scendono in cortile a girare in bicicletta oppure giocano sui balconi. E da oggi per le strade ci sono anche le pattuglie della polizia locale, che attraverso gli altoparlanti sulle loro auto hanno iniziato a diffondere il messaggio di ‘stare a casa’.



È difficile trovare le parole per riempire questa pagina in un momento così, in questa atmosfera surreale. Penso all’angoscia che i nostri nonni e genitori potevano provare ‘in tempo di guerra’. Io ricordo la sensazione di ansia e incertezza, senza dubbio solo minimamente simile a quella di tempi precedenti, che ho provato nei primi mesi del 1991, durante la guerra del Golfo. Ma allora si poteva uscire di casa e andare nelle piazze per gridare tutti insieme no alla guerra, una guerra vera e assurda come ogni guerra. Oggi il messaggio basato sui comunicati giornalieri che arrivano dagli ospedali e dalla Protezione civile, sui dati che emergono dalle ricerche cinesi e dai numeri riportati in diversi articoli scientifici, è molto chiaro: bisogna stare a casa, appunto, per poter vincere una guerra non programmata e indesiderata contro il nemico invisibile.

Ma niente numeri in questo editoriale. Mi piace usarli, verificando sempre le fonti, perché penso abbiano un certo impatto e spesso possono offrire un quadro migliore delle parole.
Ma quando leggerete questa pagina i numeri che potrei scrivere adesso saranno completamente diversi, perché si aggiornano di ora in ora.
La mia speranza, una speranza condivisa, è quella di leggere presto il numero ZERO.
Marco Angarano

 

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