Editoriale - ottobre 2020

Quale impatto hanno le microplastiche sull’ambiente acquatico e sull’atmosfera? La composizione del microbiota e le risposte immunitarie durante lo svezzamento possono predire la suscettibilità alle malattie croniche in età adulta? È possibile sviluppare strumenti utili per la previsione della risposta cardiometabolica individuale all’assunzione di polifenoli con la dieta? Si possono individuare i meccanismi di resistenza alle malattie nelle api mellifere per garantire loro un futuro? Perché l’efficacia di una vaccinazione varia da persona a persona?
Sono 436 i ricercatori che con questi e altri progetti si sono aggiudicati gli ERC Starting Grants, i finanziamenti previsti dal Consiglio europeo della ricerca nell’ambito del progetto di ricerca e innovazione Horizon 2020. Una cifra che ammonta a 677 milioni di euro e che permetterà a questi scienziati all’inizio della loro carriera di poter costruire e portare avanti le loro ricerche pionieristiche.
Mariya Gabriel, Commissario europeo per l’Innovazione, la ricerca, la cultura, l’istruzione e la gioventù ha affermato che “Le idee dei giovani ricercatori europei sono destinate ad aprire nuove strade e nuovi modi per affrontare le sfide urgenti nei settori della salute, dell’energia e delle tecnologie digitali, nonché in molti altri campi. La nostra ambizione di affrontare efficacemente le crisi attuali e future dipende dalla nostra forte volontà di supportare continuamente e sempre di più la ricerca di alto livello ai limiti della nostra conoscenza”.
Per fortuna c’è l’Europa, mi viene da pensare, vista l’importanza data al tema Ricerca in Italia. Secondo l’Annuario Scienza Tecnologia e Società, infatti, tra i paesi dell’OCSE l’Italia è terzultima per la spesa destinata a ricerca e sviluppo, che è pari all’1,4% del PIL contro una media europea del 2%.
E allora che siano i benvenuti questi finanziamenti erogati dall’Europa, anche perché 53 di queste borse se le sono aggiudicate ricercatori italiani. Un bilancio positivo, peccato che sono solo 20 quelli che lavorano nel nostro paese. Un espatrio di cervelli che non è compensato con un ricambio da altre nazioni, dato che in Italia solo il 15% dei dottorandi proviene dall’estero, mentre la media europea è pari al 23%, con punte superiori al 40% nei Paesi Bassi, Belgio e Regno Unito. Ora in Italia c’è attesa per i 209 miliardi di euro (750 in totale per tutti gli Stati Membri) del tanto discusso Recovery fund di cui, secondo notizie e dichiarazioni riportate sui media, qualcosa sarà destinato proprio agli investimenti strutturali in ricerca e innovazione. Rovescio della medaglia, il Consiglio europeo nel definire lo stanziamento di questi fondi straordinari ha ridimensionato quelli destinati al programma di ricerca Horizon Europe per i prossimi anni.
Nell’attesa di un auspicabile rilancio della Ricerca, apprezziamo uno studio italiano che unisce l’indagine tra antichi ricettari farmaceutici del Rinascimento e formulazioni a base di oli essenziali, all’utilizzo delle moderne tecnologie analitiche per la caratterizzazione fitochimica dei prodotti naturali e il rilevamento dei microbi nell’ambiente. E si intona a questo periodo in cui la sanificazione è diventata una priorità.
Marco Angarano

 

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