Editoriale - dicembre 2020

Alla fine del secolo scorso l’isola di Samos, in Grecia, era un luogo dove approdavano solo i turisti. Da turista, durante un giro dell’isola in auto, mi trovai a percorrere un tratto di strada in una foresta che pochi giorni prima era stata devastata da un incendio. I resti degli alberi bruciati, la terra annerita dal calore e dalla cenere trasmettevano una sensazione di profonda tristezza e impotenza. Sensazione simile a quella che ho provato in Trentino un mesetto fa, mentre attraversavo i boschi distrutti dalla tempesta Vaia, che tra il 26 e il 30 ottobre 2018 si è abbattuta sul nord-est dell’Italia e si stima che abbia abbattuto circa 14 milioni di alberi nel Triveneto, in particolare nelle foreste delle Dolomiti.

Non solo un impatto ambientale ed ecologico, la foresta comunque col tempo ritorna a vivere con il suo continuo rinnovarsi, ma soprattutto un impatto fortemente economico, vista l’importanza che il legname ha in quelle regioni, in particolare per le piccole comunità artigianali. Buona parte di questa legna è marcita a terra mentre un’altra parte è stata svenduta all’estero, ma tutta quella che ancora rimane costituisce dell’ottimo materiale che può essere utilizzato in vari ambiti produttivi. E allora come impiegare tutto questo legname? Un gruppo di giovani trentini, con esperienze imprenditoriali internazionali di vario tipo alle spalle, ha così fondato una start up, scegliendo appunto il nome della tempesta, Vaia, con l’idea di recuperare gli alberi sradicati dalla tempesta e trasformarli in prodotti finiti. Proprio per le condizioni dei tronchi abbattuti non è possibile costruire oggetti complessi e di grandi dimensioni; perciò sfruttando le proprietà acustiche del legno di abete rosso, il prodotto realizzato dalla start up è un cubo dalla forma semplice ed elegante da utilizzare come cassa passiva per amplificare i suoni prodotti da uno smartphone. Un modo di valorizzare queste preziose materie prime inutilizzate, destinando parte dei ricavi a ricostituire l’equilibrio dell’ecosistema distrutto dal disastro ambientale. Possiamo considerarlo un bell’esempio di economia circolare, originato purtroppo da una calamità naturale. Una visione più ecologica e sostenibile del nostro futuro di cui ci siamo già occupati sulle pagine della rivista, dato che dagli scarti di diverse produzioni agroalimentari è possibile ricavare sostanze attive da utilizzare come ingredienti per l’industria farmaceutica, cosmetica e degli integratori. In questo numero presentiamo un altro interessante progetto di ricerca che coinvolge la filiera produttiva del fagiolo.

Buona lettura e buone feste, compatibilmente.

Marco Angarano 

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