Haematococcus pluvialis e astaxantina. Tecniche estrattive di un colorante naturale

Raissa Ancillotti

L’astaxantina, una xantofilla ampiamente presente nel regno acquatico, è un colorante naturale utilizzato in vari settori alimentari e presenta proprietà antiossidanti nettamente superiori quelle del beta-carotene e della vitamina E. Fonte privilegiata per la sua estrazione è una microalga sempre più coltivata con l’utilizzo dei bioreattori.

L’astaxantina, per quanto onnipresente in natura, è la xantofilla più abbondante del regno acquatico. In questo contesto viene biosintetizzata ex novo esclusivamente da microalghe e fitoplancton, per poi accumularsi in zooplancton, crostacei e pesci seguendo i principi base della catena alimentare marina; le funzioni biologiche che ricopre sono molteplici, compresi la protezione contro l’ossidazione degli acidi grassi essenziali polinsaturi e contro gli effetti dei raggi UV, il miglioramento della risposta immunitaria, la comunicazione tra simili e il comportamento sessuale.


A identificarla e isolarla per la prima volta è stato il biochimico tedesco Richard Kuhn nel 1938, attribuendole la responsabilità della colorazione rosa-rossastra delle carni e dell’esoscheletro delle aragoste. Da questa data in poi l’attenzione verso l’astaxantina è andata tutt’altro che scemando, spinta soprattutto dalle innumerevoli acquisizioni circa le sue potenzialità salutistiche (tant’è che a oggi si annoverano oltre 1.000 articoli peer review sull’argomento, molti dei quali pubblicati su riviste scientifiche di rilievo). Il business mondiale di astaxantina ammonta attualmente a oltre 200 milioni di dollari all’anno. La più importante applicazione commerciale riguarda l’uso del pigmento come additivo nei mangimi zootecnici (per lo più acquacoltura e allevamento avicolo) per fornire a trote, salmoni, pollame e tuorli d’uovo il tipico colore accettato dai consumatori di tutto il mondo; ed è in questo contesto, forse più che in altri, che la ricerca scientifica e il progresso tecnologico svolgono un ruolo chiave, visto che stime recenti attribuiscono al colorante il 15-35% del costo degli stessi mangimi, e con esso del costo del prodotto finale.

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